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IL REGISTA DELLA BILANCIA: MICHELANGELO ANTONIONI


Con la Bilancia ci addentriamo nella seconda metà dello Zodiaco, in un’area che potremmo considerare la declinazione al plurale dei precedenti sei segni. In questa prospettiva, la Bilancia rappresenta una sorta di rielaborazione al duale dell’insegnamento dell’Ariete: mentre questi esprime l’intraprendenza individuale dicendo “Io sono”, la Bilancia risponde “io e te, insieme, siamo”. Ed è proprio nella parola “insieme” la chiave per comprenderne l’essenza. Perché tutti i valori che le vengono normalmente attribuiti non sono altro che desinenze di un’unica radice astrologica: il senso dell’altro. Da là nascono ricerca dell’equilibrio e dell’armonia, l’attitudine al compromesso e alla mediazione. Perché – e la Bilancia lo sa bene – per fare spazio all’altro dobbiamo inevitabilmente rinunciare ad un pizzico del nostro individualismo. Anche il senso estetico e l’amore per la bellezza associati al segno, in fondo, non sono altro che la ricerca di un armonia delle forme. Tant’è che la Bilancia ama le simmetrie, le forme rigorose, le proporzioni. La giusta misura, in qualsiasi campo. E’ per queste ragioni che, in rappresentanza del segno, ho scelto Michelangelo Antonioni: perché la sua poetica risuona continuamente dei valori della Bilancia. L’analisi dei rapporti interpersonali attraversa tutto il suo cinema. A partire proprio dal suo debutto alla regia con “Cronaca di un amore”, fino ad arrivare al trittico “L’Avventura” (1960), “La Notte” (1961) e “L’Eclissi”, che compongono la cosiddetta “trilogia della malattia dei sentimenti”. Dove “malattia” è sinonimo di uno squilibrio che rende disfunzionale un rapporto. Qui entra in gioco un’importante componente “scorpionica” del suo cielo di nascita (Urano nella casa dell’inconscio), che lo stesso Antonioni descrive alla perfezione come «un’istintiva necessità di guardare dentro l’uomo, quali sentimenti lo muovano, quali pensieri, nel suo cammino verso la felicità o l’infelicità». Una vocazione a scandagliare le emozioni senza sconti o sbavature che la critica francese definì “neorealismo interiore”. E poi c’è il suo inconfondibile gusto estetico: il suo cinema esalta le forme, la geometria delle linee architettoniche, il gusto della composizione. Per alcuni è formalismo, per altri è un’insegnamento di eleganza che continua a far scuola. Ma per l’astrologia è qualcosa di più: è il tentativo di immortalare nelle proprie opere quel principio d’ordine e d’armonia senza il quale l’uomo scivolerebbe inesorabilmente nel caos. 

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