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IL REGISTA DELLO SCORPIONE: MARCO BELLOCCHIO


Lo Scorpione è l’investigatore del profondo. La sua vocazione è andare oltre l’epidermide rassicurante delle cose, dove scorre il flusso sanguigno della verità. Per farlo, c’è bisogno di scavare, di sporcarsi le mani e ripulire il campo da tutto ciò che è apparenza, conformismo, facciata. Anche lo Scorpione, proprio come la Bilancia, appartiene alla seconda metà dello Zodiaco e si trova in opposizione al Toro, del quale rappresenta una sorta di declinazione un’ottava più in alto. Entrambi i segni ruotano attorno al concetto di sicurezza. Ma se per il Toro è più importante quella materiale («nessuno tocchi le mie cose»), lo Scorpione è più attento a quella psicologica: «nessuno cerchi di manipolare i miei pensieri».

E questo lo porta a stare perennemente in guardia, per evitare che qualcuno tenti di manomettere la sua cassaforte interiore: se guardi nel buco della serratura per rubargli un segreto, aspettati pure che il suo occhio sia lì prima del tuo. Ha un “radar” per fiutare bugie e mezze verità che talvolta rasenta il sesto senso. La sua fiducia si conquista a piccoli passi e, una volta tradita, non ci sono prove d’appello. Un segno insomma da maneggiare con cautela, proprio come il cinema di Marco Bellocchio, il regista che ho scelto per rappresentarlo. Ed effettivamente già dal suo film d’esordio (“I pugni in tasca”, 1950) si intravedono i temi scomodi e viscerali tanto cari allo Scorpione. A partire proprio dall’indagine della follia e del lato-ombra, aspetti dell’animo umano che vanno indagati, compresi ma mai negati. Perché sono lapilli infuocati che provengono comunque dal magma dell’inconscio. Dalle profondità di quel pozzo che lo Scorpione aspira a scandagliare. Anche nel suo rapporto con la cronaca, il focus non è tanto su chi sia stato, ma sul perché. Il suo è un desiderio di mettere in luce motivazioni di ogni atto, buono o cattivo, che si possa comunque definire autentico. Di conseguenza, non sorprende che l’unica a stare davvero sul banco degli imputati nei suoi film sia la borghesia, con il suo conformismo fatto di stereotipi, convenevoli e (pre)giudizi morali. Quella è la patina da rimuovere. Una mistificazione della verità che può certamente far comodo a perbenisti e benpensanti per coprire quelle «realtà profonde che ognuno ha il diritto di tenere nascoste», tanto per citare una battuta del suo film “La condanna” (1991). Al contrario, però, la vocazione dello Scorpione è proprio scoperchiare quel vaso, e far prendere luce ai fantasmi che contiene. 

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